Saudade mia

Certe cose
sono fatte più per essere ricordate
che per essere vissute.
Soprattutto
le cose
che mi pare non mi siano mai appartenute
veramente.
Avevamo il sentimento, ma non il nome. Ed era sentimento di giorni corrotti, di vite sbagliate e sogni un po’ storti. Temevamo la vita e allo stesso tempo desideravamo averla tra le dita, sentirla palpitare, lanciarla nell’aria senza farla tornare. Nutrirci di essa. Ma il mondo ce lo vietava. Perché così crudele nel suo mero realismo, e ipocrita nelle sue leggi, ci esiliava in terre mai state veramente nostre, dove lingue mai acquisite tentavano di darsi parole di vita e speranza. Ma non vi era né vita né speranza, solo quel senso di esilio che dentro ci corrodeva come un verme solitario, pronto a nutrirsi di noi, nell’attimo che di noi non rimaneva quell’apparenza che stancamente trascinavamo nei giorni. E avevamo dolori, di giorni perduti per sempre, di giorni mai avuti. Giovani, di una gioventù indifferenziata, e incoscienti della terra che ci era stata sottratta. Avevamo nostalgia di un mondo migliore, mai avuto, mai conosciuto. Lo sentivamo dentro come reale e da qualche parte lo sapevamo vero.
“One morning I dreamt e dream”
-- Ho incontrato una ragazza, veniva dal campo dei Rom, aveva gli occhi neri leggermente a mandorla, non parlava quasi l’italiano, io non riuscivo a ridere senza mostrare i denti guasti dall’odio per il buonsenso comune, avevamo entrambe i jeans strappati, io per belluria lei per fame, ma io sono ancora la Guerriera Pellediluna, la nube vagabonda delle strade tutti sanno della mia esistenza, presi forma visibile nella luce dell’estate, sulla pelle arsa dell’asfalto, dicevano che sarei morta, dicevano___
fu la stagione degli scontri frontali, perché certi ragazzi avevano il coraggio di dire, dopo i fuochi di zolfo del ’45, dopo le stragi disumane dei fascisti, che c’erano esseri umani-non-umani.
Li picchiavo senza pietà, con la rabbia di chi reagisce all’annullamento del sentire comune che avvicina gli altri fino a sfiorarli, commosso.
Ora la conoscenza m’ha donato la forza di idee chiare, ora la reazione rissosa, adolescenziale, sacrosanta s’è trasformata in un pensiero lucido complesso, l’amore per gli altri ha dato forza ad un pensiero che non annulla le corse furibonde nelle notti di luna, ma ne fa immagine, identità: dire agli altri esseri umani che esiste una speranza, dire di un pensiero per immagini che diventa poesia.
“ti conosco” mi disse lei, “sei la mia sorella nata fra i ghiacci, io vengo dal paese del grano perciò non ho scarpe ai piedi”
stavamo là, addossate ai muri come ombre di libellule, spoglie azzurre cresciute nella polvere dei bassifondi, mentre la gente passava, ignorandoci……
“Se tu potessi comprenderla, se potessi comprendendola, amarla come si amano quegli esseri umani che conoscono il dolore, la gioia, la vita profonda, vera degli uomini, se potessi capire, se tu potessi trovare dentro te tutto ciò come tua invenzione, gettando via tutto ciò che t'hanno insegnato, se potessi accorgerti dell'amore che lei porta nelle sue parole perchè ogni parola detta alla vita per lei è una parola d'amore, forse avresti aperto quella porta sulle cose invisibili, apriresti gli occhi su quel mondo misterioso che hai accanto e forse ti mette paura.”
(Avevamo il sentimento ma non il nome; non avevamo niente, neanche i nomi, sentimenti senza nome e senza voce, le passioni tutte uguali, che tristezza)
Capitolo primo.
Esilio, nostalgia dell'appartenenza. Si tentano molte strade ma soprattutto quella del silenzio: silenzio di montagna, come una coperta ricca di acqua decorata dal ghiaccio che ricopre di calma il movimento veloce delle parole non dette; queste aprono voragini di calore, praterie di cielo divise in appezzamenti non recintati, si sfregano fra loro i silenzi ruvidi come mani infreddolite davanti ad un fuoco la cui luce spalanca gli occhi sul fondo nero di fuligine, il calore ancora non raggiunge il cuore che si cala giù in un pozzo- cuore addormentato sul fondo di un secchio di legno- cigola la carrucola e dondola il secchio abbassandosi sempre lentamente sospeso.
La prima saudade forse è quella di un bimbo che ancora non sa di essere piccolo.
A chi appartenevamo, se dalle nostre terre ci avevano esiliato, le nostre lingue non riuscivamo più a comprenderci. Stanchi di una stanchezza arida, oziosi, ci sottraevano identità mai possedute. A chi appartenevamo? A cosa?
Cosa ci chiedeva il mondo, cosa ci chiedevano i maestri, gente comune che aveva scelto di vivere vite speciali, e tu? Tu che eri nell’aria, ci avvolgevi fanciulli incoscienti, ti bramavamo come si può bramare un amore sognato. Ti cercavamo.
Capitolo secondo.
Variazioni climatiche o il bello e cattivo tempo. Ad un certo punto sbocciano riccioli biondi, fioriscono cascate di orecchini, le appese pietre pendenti, e come magma denso fluisce lo sguardo fino alla riscoperta notturna (da ripetere all'infinito?) dei confini del cratere sempre diversi; scivola la linfa nelle ramificazioni sotterranee, la zona evitata dalle talpe cieche e prudenti. Il terreno assorbe parte del calore e parte del gelo per buona parte dei tempi di veglia, è la chiave da voltare per disserrare il sentiero di ghiaia che si sa bene dove va a terminare, ma restano sconosciute le sue linee di snodo. E iniziare a conoscere i cancelli è solo una questione di parametri; rimane moltissimo da fare oltre al camminare fra i margini sfumati dal vento. O forse si ingannano i sensi nel loro percepire: la seconda saudade è quasi per certo l'età degli inganni sensoriali.
(che la tristezza ci prendeva era chiaro, la tristezza che ci prese e ci avvelenò, le mancate strade, le false prospettive, i vetri distorti, i sogni sdentati, le luci dei baracconi)
“Starsene lì, all’ombra
della gran cicatrice nell’aria.
Uno stare per nessuno, e per nulla.
Sconosciuto
solo
per te”
( P Celan “AtemKristal”)
Ma non eravamo stanchi. Trascinarci ci era quasi leggero. E tu, eri là. Fu allora che avvertimmo la tua presenza, straordinaria, dentro di noi. Eri un mondo Altro, diverso. E ti facevi materia quando prendevamo in mano i libri di Levi, di Roy, di Chatwin, di Sartre. Ci sentivamo meno soli, ma aumentava la nostalgia. Poi leggevamo Pavese, Rimbaud, Cèlan e Ungaretti. Vedevamo le nostre Langhe, le nostre Alessandrie, e Parigi ci appariva come l’unica casa, l’unico rifugio al quale ambire. Ma sapevamo, dentro, che Parigi era un luogo ideale da non ritrovarsi nella Parigi di questo tempo reale, ma una Parigi di un mondo parallelo, lontano, irraggiungibile, inesistente, il nostro. Ci disponemmo al cammino. Il viaggio sarebbe stato la meta.
Allora dicemmo: “Viaggeremo leggeri, scarpe comode e taccuini”, e ci preparammo a una rivoluzione fatta di parole e letture. Non fu facile. Perché la nostalgia a volte ci faceva soffrire. Ma non era nostalgia. Era una malattia profonda, una nostalgia che non sarebbe stata mai colmata.
(imparammo da quest’enciclopedia la lingua del nostro padrone e con quella imparammo a maledirlo, con un filo di voce, un filo di speranza, innata disperazione. “Non c’è altro dio all’infuori di dio.” “Non mi chiamavo Gesù Cristo, ma Artaud!!”)
Capitolo terzo
Fuori dal tempo e fuori dagli occhiali. Saudade di Brasile o di Capoverde, lentissimi sguardi di attesa a noi sconosciuta: ma inventare un'altra parola quando qualcuno ne ha già creata una così densa, piena e significativa? D'altra parte metaforizzare un termine e farne il sigillo di un contenitore vuol dire rubarlo e stravolgerlo, forzarne l'identità. In attesa di inventare, eventualmente, un termine nuovo che possa essere violentato da altri (violenza accesa di luce illumina curve e angoli acuti- fino ad esaurire il respirare inquietato e talvolta quieto): non ci si può nascondere del tutto all'errore o manca la vita.
La cultura del Brasile, a noi così familiare attraverso le traduzioni della Stegagno Picchio, ci giungeva leggera, trasportata sulle ali di venti primordiali. Era la saudade la nostalgia di imperi maya, aztechi e inca. Era saudade, questa malattia profonda dalla quale traevamo noi stessi a nuova vita.
“La saudade può sfociare nella chiusura e nella rabbia quando, senza delle gratificazioni sostitutive, in una persona predomina il sentimento della perdita. Ma può portare alla creatività, se diventa il pozzo dal quale attingere l'acqua fresca e profonda che ha il colore della notte. Non è la saudade che spinge ogni scrittore a trasformare la propria sete in gioia di bere?”
(C. de Caldas Brito)
Soprattutto le cose che ormai sono collocate talmente distanti che pare non siano mai esistite.
Ma ancora di più quelle cose mai possedute, ma soltanto sentite confusamente come un profumo istantaneo che rapida una folata di vento porta via.
Ed è allora che mi chiedo se quel profumo l’ho sentito davvero o se è stato solo il frutto della mia immaginazione – o se quel profumo confuso di tiglio mi ricorda quella sera d’estate su quel balcone, quella sera in cui il mondo era lontano e sembrava non potermi mai neanche sfiorare con la canna della sua pistola ancora fumante… Quel profumo che come la madeleine di Proust mi porta in quel tempo in cui tutto era così facile anche se sembrava tanto difficile… è lo stesso profumo profondo che sento ogni volta che penso a quando da quel balcone mi sono affacciata e ti ho salutato per l’ennesima volta, senza sapere che sarebbe stata l’ultima – come se mi aspettassi che la vita avesse pronte per me sempre le stesse cose, quasi me le avesse regalate senza chiedermi in cambio alcun tipo di sforzo.
Ora il tiglio diffonde ancora il suo profumo, quasi stancamente, quasi lo costringesse una monotona scaramanzia – ora il balcone non esiste più, al suo posto c’è una finestra con degli infissi pieni di spifferi – ora non è più te che saluto – ora a passare sotto la mia finestra sono io, ed ogni volta guardo su come in attesa del saluto di qualcuno…
Ma non è nostalgia la mia, è SAUDADE.
Perché tutto quello che mi manca io non l’ho mai posseduto realmente – è come il tiglio delle sere d’estate che trascina con sé i ricordi lontani – i ricordi che non possono essere accaduti realmente, perché se lo fossero io ne avrei nostalgia.
Non posso averne nostalgia, solo saudade.
(Prendete ciò che è dentro e portatelo fuori! Strappate i veli di maglia e le cattedrali d’amianto! Fate a pezzi ogni capolavoro, poi ricominciate di nuovo)
Volevamo un mondo migliore, e volevamo costruirlo attraverso la letteratura. Questa ci indicava la strada. Ma la letteratura era solo una chiave, la scienza e le altre culture, l’arte e la musica, erano i suoi compagni.
Venimmo a scoprire un mondo nuovo, fatto di uomini che viaggiavano e ci rivelavano nella nostra lingua, lingue diverse. Vi erano note di mondi lontani, di guerre e fame a cui nessuno, dopo secoli di dominio, era ancora abituato. Cercavamo scambi di merce e li trovammo nei gesti e negli sguardi di chi la saudade ce l’aveva addosso come un vestito.
“Vivremo alla luce delle fiaccole, nella terra dove si delineano le nostre anime, i poeti sono creatori di mondi illusori eppure incredibilmente, i più reali____
Noi vivremo alla casa dei poeti, spezzando il nostro pane screziato dal fuoco, le nostre voci leggere come maglie di vento
Ci prepariamo al cammino: il viaggio sarà la nostra meta___
Ma non saremo come l’ebreo errante, vivremo serbando gli anni lilla della purezza, sulla strada difficile dell’umano_____
La dimora dei nostri occhi era la casa dei poeti____
Danzano figure di luce sulle cicatrici dell’aria”
(Sensucht: desiderio del vuoto, desiderio di affondare – nel nulla, malattia mortale, morale; chiacchiere sottili come vetriolo, la dolce morte; sensucht non è Saudade: noi non ce ne staremo chiusi nelle grigie stanze)
L’Africa e il Sudamerica erano le terre che si mostravano a noi con più disposizione. Di queste terre ci arrivavano echi lontani di sofferenza e ingiustizia, la stessa foresta amazzonica gridava con loro. Il mondo, lo stavano uccidendo sotto ai nostri occhi e noi non potevamo/ dovevamo stare zitti.
“La dea-adolescente”
Cosa di quella ricerca incessante, di quell’ anelito resta, ci sbricioliamo lungo al china dei giorni, i nostri corpi, corpi mobili vegliano, percorrono lo spazio materiale senza trovare nulla che sia alimento per la nostra vita più profonda. Ci inaridiamo, gli affetti come gli umori del corpo di Eco ci sono sottratti, impariamo a non sentire a non vedere l’altro se non come riflesso di noi stessi: ma di certo nasciamo belli, nasciamo puri, nasciamo come era il cuore della mia adolescenza schietto come l’oro intatto come un giglio sui balconi dell’estate; noi siamo così, figli d’un miraggio, figli inermi delle spighe, che sperano in un abbraccio, in un sogno che cercano senza sapere dove né come…..Né cosa. Cercano.
Forse ballerò a capo scoperto nel respiro affannoso delle piogge, lo farò, imitando i pellerossa che giravano come le api su loro stessi fino a stramazzare al suolo, nelle notti del sogno e delle gocce di luna___
Nessuno saprà mai cosa provavano, nessuno capirà mai cosa provammo noi quando capimmo che c’è un umano che viene prima del colore della pelle e prima anche della lingua che ci insegnano”
Avevamo saudade, saudade de amor. Perché l’amore era il sentimento che ci spingeva a passare le notti sui nostri scritti, a scrivere poesie e racconti di nostalgie mai perdute in quanto mai trovate. Ma anche l’Asia ci parlava, attraverso la voce di un grande uomo, qual era stato Tiziano Terzani. Egli ci raccontava questo paese che soffriva a denti stretti, e ci raccontava i silenzi e le montagne. Ci diceva che nei giovani riponeva speranze, che essi dovevano muoversi e unici portare avanti la
Congiura dei Poeti.
E ci parlava l’Australia, e le voci degli aborigeni esiliati dalle terre sulle quali erano costretti a vivere una vita non loro. E l’Europa ci parlava, con le nostre nostalgie soffocate, le periferie infuocate e le voci dei poeti che la trovavano signora col volto rivolto ai mondi oltreoceano, cogli sguardi amorevoli di una terra fraintesa.
Ci parlavano le terre.
La saudade non nasceva in noi, ma era nata con noi, nei grembi delle nostre madri si era formata come fosse gamba, braccio o cuore. E la prima saudade sarebbe stata la perdita di quel grembo, amniotico e paradisiaco, vissuto ma non consapevolmente. E tremammo.
(Sentiamo voci lontane che ci traducono in mondi che ancora non esistono o non sono mai esistiti, sentiamo una possibilità che si apre come uno strappo, quest’oscura passione, questa grande storia diabolica, questo male incurabile, indiscutibile, sentiamo che sia possibile nascersi uno di fronte all’altro, forse non sapevamo come, così terribilmente lontano, un dolore che gela i denti e svuota gli occhi, una mano tesa verso il dove e il quando, saudade, è qui, parola che non esiste oggi, parola che significa domani, significa promessa; promettiamo all’uomo di dargli ciò che gli è stato strappato: sé stesso)
Eravamo uniti, nel nome del dialogo. Quel logos che si dipanava tra noi, giovani, di una gioventù scemante nei nostri sentimenti da vecchi. Soffrivamo ma potevamo parlare, finalmente riconoscerci in una lingua comune. Era la lingua di chi si riconosce parte di un tutto, di chi sa che la terra che calpestiamo è comune, che la verità che cerchiamo è la stessa, che sia nella materia o nell’anima.
Cercavamo nuovi linguaggi e poetiche per esprimerci, ma eravamo noi, piccoli, e l’obiettivo troppo grande. Ma l’importante era partire, caricarci gli zaini leggeri sulle spalle, indossare scarpe comode e scrivere.
- Tu, che neppure conosci il sogno che t'ha creata -
J.L.Borges
Scriviamo di strade mai percorse.
Esistono senza un luogo.
Il loro passato è il nostro ed il suo significato è il futuro.
Noi tutti andiamo indietro, coscienti o meno perchè ciò che è posto innanzi è probabilità e la sua concretezza il calcolo.
Nel probabile è l'attesa del sonno-realtà.
La dose massiccia dei giorni.
L'attesa del sole senza rincorrerne la nascita.
Ma è nel ritorno al tramonto appena prima che si estingua,
che Nascere precede il suo accadere;
e nel possibile e solo fra i suoi lembi decidiamo di scrutarci:
come braci nel sonno dei fuochi.
Nessuno di noi li attizza ma tutti ascoltiamo il crepitio.
(EcO: fine e preludio.
Un'isola prima
che il giorno inizi)
Alle parole affidiamo l'ascolto e la voce del nostro udito.
Risuonando e facendo risuonare:
laddove passa l'aria del vento in frantumi fra i legni anneriti dei fuochi.
Alle parole affidiamo il testimone di ogni Scelta.
L'intuizione di tutti i significati di ciascuna che è poi il senso che proviene da ogni voce;
da ogni vita.
Con le parole spezziamo la linea
fra mani di sguardi secanti
e lari dal tempio degli occhi
preghiamo fra nocche di legno.
Con le parole creiamo percorrendo il senso di ogni rovina.
per poco ancora paralleli
prima che il Salto ci confonda.
E' questo il viaggio che frantuma i continenti
che muta i confini in bordi salati
e suo il mezzo
(di terra che trema nel cuore
un parto lungi dai crolli)
-noi Alla Deriva Creatrice-
una zattera di pietra
Eleonora Aleotti
Natalia Lisi
Chiara Macchiarulo
Marco Migliorelli
Annamaria Pompili
Diego Vitali
(rigorosamente in ordine alfabetico)
